297 – Marco Mamone Capria I dati del covid-19

Marco Mamone Capria

I dati del covid-19

Il caso italiano…………………………………………………………………………………………………………………2 Covid-19 e SARS-Cov-2………………………………………………………………………………………………….3 Scienza e decisioni politiche…………………………………………………………………………………………….4 Mascherine…………………………………………………………………………………………………………………….5 Etica della sperimentazione…………………………………………………………………………………………….6 Tamponi…………………………………………………………………………………………………………………………6 “Casi”…………………………………………………………………………………………………………………………….7 Cambio di criteri…………………………………………………………………………………………………………….7 “Caso” o malato?……………………………………………………………………………………………………………8 Decessi……………………………………………………………………………………………………………………………9 Mortalità per tutte le cause……………………………………………………………………………………………10 Disinformazione quotidiana…………………………………………………………………………………………..11 Una tendenza decennale………………………………………………………………………………………………..11 Ipotesi e più che ipotesi………………………………………………………………………………………………….12

1) Inquinamento atmosferico…………………………………………………………………………………….12 2) Le morti per similinfluenze e loro complicanze………………………………………………………13 3) Le infezioni ospedaliere…………………………………………………………………………………………14 4) La cattiva gestione delle RSA………………………………………………………………………………..14 5) Gli interventi mancati……………………………………………………………………………………………15 6) Le indicazioni fuorvianti date a medici ospedalieri e di base…………………………………..15 7) Disturbi psichici e psicofarmaci…………………………………………………………………………….16

Il vaccino………………………………………………………………………………………………………………………16 L’anno che verrà…………………………………………………………………………………………………………..18 Appendice…………………………………………………………………………………………………………………….20

Esiste un dibattito scientifico ed etico-politico sul covid-19. È stato sostanzialmente ignorato dai principali media, con l’eccezione di sedi “di complemento” come YouTube e Facebook, che però hanno anche attuato pesanti forme di censura che dopo l’inizio della campagna vaccinale anti- covid-19 si sono rafforzate.

La campagna per convincere tutti che la sola via d’uscita dalla militarizzazione della vita sociale e dallo spegnimento a tempo indeterminato di tutte le attività e i settori economici “non essenziali” era un vaccino è cominciata quando ancora nessun vaccino era stato sviluppato, e non si poteva nemmeno essere sicuri che ci si sarebbe mai arrivati.

Lo scopo di questo articolo (che è collegato e si riferisce all’occorrenza ai miei precedenti contributi sull’argomento, e in particolare al più esteso) è invece di sintetizzare alcuni elementi di fatto essenziali emersi fin qui sulla questione covid-19 e discuterne il significato. Poiché la disinformazione sfrutta la ritrosia di gran parte dei cittadini a entrare nelle questioni numeriche, ho presentato nella maniera più elementare alcuni dei dati resi disponibili dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in modo da permettere a chi lo voglia di trovare facilmente le pagine internet rilevanti, verificare quanto dico, e tenersi informato sull’evoluzione dei parametri chiave.

Niente di quello che segue intende distogliere la popolazione a rischio di complicanze dall’attuare forme di autoprotezione da tutte le forme similinfluenzali, particolarmente in questi mesi dell’anno. Ma lo stesso l’avrei potuto raccomandare negli anni scorsi, quando del SARS-CoV-2 ancora non si sapeva niente (anzi, l’avevo pure fatto in un libro uscito in prima edizione nel 2015).

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Ci sono buone ragioni per ritenere che la versione ufficiale del covid-19 ha fatto, sta facendo e farà più vittime di quante ne potrebbe mai fare l’equivocazione da parte di lettori disattenti o malintenzionati delle critiche a tale versione. Da parte degli intellettuali e soprattutto della comunità accademica esiste un dovere di fare chiarezza, piuttosto che selezionare quale posizione assumere sulla base delle aspettative di finanziamento e successo dei propri progetti editoriali o di ricerca.

Il caso italiano

In questo articolo mi occuperò quasi soltanto del caso italiano. A sentire questa definizione dello scopo una reazione comune è: ma il covid-19 non è una pandemia? Qualsiasi ipotesi sia fatta per spiegare il caso italiano deve essere verificata su almeno qualche centinaio di altri Paesi in tutto il mondo, prima di poter essere accettata! O no?

No. L’idea che il covid-19 sia lo stesso problema sanitario per tutto il mondo, e che si possa facilmente generalizzare da un Paese, o addirittura da un continente, all’altro è radicalmente sbagliata. Non che siano mancati gli “esperti” disposti a sostenere questo e altro, beninteso.

Ecco un controesempio particolarmente chiaro.

Tra i problemi cronici dell’Africa c’è la carenza numerica e qualitativa delle sue strutture igieniche e sanitarie. In particolare ha pochi medici e poco personale sanitario. Nel seguito scriverò “Africa” con le virgolette per intendere la Regione Africana secondo l’OMS (che non include l’Egitto né la maggior parte dei paesi di lingua araba dell’Africa settentrionale).

In “Africa” nel 2016 si registravano 416.000 morti per tubercolosi (una tragedia sanitaria di cui i telegiornali nazionali non hanno fatto altro che parlare in questi ultimi anni, non ve ne eravate accorti?…).

Nella prima metà del 2020 gli “esperti” prevedevano che, tra tutti i continenti, sarebbe stata quello più martoriato dalla pandemia, e la stima che un modello matematico predittivo per l’”Africa” forniva era

150.078 (82.735-189.579) decessi “covid-19”
nel solo primo anno della pandemia. Questa predizione è stata pubblicata il 25 maggio.

Bene, al 20 dicembre 2020, la percentuale dei casi di covid-19 e la percentuale dei decessi attribuiti al covid-19 sono state, in entrambi i casi, il 2% rispetto ai valori mondiali di entrambi. E con il covid-19 in “Africa” ci sono stati

37.741 decessi “covid-19”
cioè meno della metà del valore minimo previsto. (Ipotesi sul caso africano sono discusse, per

esempio, qui).
C’è invece un Paese industriale, con standard sanitari incomparabili a quelli medi africani e con

circa 1/18 della popolazione dell’“Africa”. È l’Italia.

Nella sola Italia ci sono stati, secondo la stima ufficiale aggiornata al 28 dicembre dell’ISS,

70.085 morti “covid-19”
Cioè ha avuto quasi il doppio dei morti attribuiti al covid-19 in “Africa”.

Una divergenza così clamorosa dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il carattere altamente specifico da un punto di vista geopolitico della “pandemia virale”.

Inoltre l’Italia ha avuto il 13% dei morti in tutta Europa e la mortalità massima tra i paesi europei, nonostante i severissimi provvedimenti restrittivi («lockdown») che è stata tra i primi Paesi ad adottare, e nonostante una popolazione altamente obbediente. (Sì, lo so che, di fronte al fallimento delle misure restrittive, i giornalisti governativi sono stati sguinzagliati per fare riprese di gruppi di persone che, con tanto di mascherina, osavano fare passeggiate sul lungo mare di qualche città. So anche che il ministero degli Interni ha attuato sistemi di sorveglianza contro i “disobbedienti”, o presunti tali, che avrebbero fatto scovare il boss mafioso Bernardo Provenzano in 4 settimane invece che in 43 anni).

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Infine la disparità regionale (e addirittura provinciale) dell’impatto della mortalità “covid-19” è un fenomeno così palese e coerente nel tempo, e l’intera popolazione italiana è così interconnessa in termini di circolazione di merci, lavoratori e turisti, che tale disparità semplicemente non si può spiegare in termini dell’azione di un singolo agente contagioso. Si guardi questa tabella, dal rapporto ISS aggiornato al 16 dicembre:

Come si vede, la Lombardia, che ha il 16% della popolazione italiana, ha visto da sola il 37,9% dei decessi; e Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, che formano il 31% della popolazione italiana, hanno visto insieme il 57,2% dei decessi. Invece Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, che formano il 28,5% della popolazione italiana, hanno visto insieme l’11,3% dei decessi!

Diamo un altro controesempio.

La Tanzania è un paese africano molto povero e con 45 milioni di abitanti (vedi qui). Il suo presidente si è rifiutato di bloccare l’economia in funzione di contrasto al covid-19 e per questa ragione è stato trattato come un pazzo criminale dalle autorità sanitarie, dai principali media e dagli “esperti”.

Eppure secondo l’OMS al 20 dicembre i morti tanzanesi con covid-19 erano stati… 21. Sì, non ci sono errori di stampa: ventuno.

Queste semplici considerazioni basate su dati ufficiali confermano la tesi che solo una spiegazione tagliata su misura sul caso italiano può sperare di spiegare che cosa è successo in Italia. Chiudersi in un laboratorio di virologia non potrà mai dare la chiave di questo problema. Una conseguenza complementare è che la soluzione globale invocata e avallata da alcuni (vacciniamoci tutti!) per una problematica dalla fisionomia così fortemente geografica è un errore già solo per questo.

Covid-19 e SARS-Cov-2

Il covid-19 è una sindrome similinfluenzale che è stata dichiarata all’OMS (= Organizzazione Mondiale della Sanità) dal governo cinese il 31 dicembre 2019 e identificata l’8 gennaio 2020 come dovuta a un coronavirus denominato SARS-CoV-2 (d’ora in poi, per brevità: cov-2). È dalla Cina

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che si sarebbe diffusa nei paesi europei, arrivando in Italia a febbraio. Questa versione dei fatti è stata quella ufficiale per diversi mesi, ma oggi sappiamo che in Italia il cov-2 era in circolazione almeno da novembre (si veda anche qui). Ma che cosa sappiamo del cov-2 stesso e della sua relazione con il covid-19? Questo virus è stato mai coltivato, purificato e sperimentalmente dimostrato capace di provocare il covid-19 in un essere umano?

La risposta è no (c’è un’ampia documentazione al riguardo). Ma questo non significa che non esista il covid-19 in quanto sindrome similinfluenzale associata talvolta a complicanze fatali (come tutte le similinfluenze, compresa ovviamente l’influenza). Ciò che si mette in dubbio è che il cov- 2 ne sia il principale fattore causale, anche nell’ipotesi che si possa considerare correttamente identificato da un punto di vista virologico.

Questa distinzione non è solo importante sotto il profilo scientifico, ma anche a livello di interventi sanitari. Se il cov-2 (virus) è la causa del covid-19 (sindrome similinfluenzale), allora

(1) identificare e isolare i contagiosi e (2) prevenire il contagio

è una strategia scientificamente fondata per evitare il dilagare dell’epidemia. Tuttavia, anche assumendo certa la relazione causale tra cov-2 e covid-19, l’effettivo impatto del covid-19 sulla mortalità in una certa popolazione dipenderebbe da:

(3) le condizioni individuali, epidemiologiche e sanitarie che favoriscono l’insorgenza di complicanze;

(4) la capacità di curare le complicanze del covid-19.

È solo se ci si dichiara incapaci di intervenire sulle condizioni (3), e se si nega (4) come si è fatto sistematicamente (cioè si dichiara invalida ogni terapia proposta anche se efficace sul campo) che la strategia (1)-(2) assume la centralità che in questi mesi il governo italiano ed altri governi le hanno conferito.

Scienza e decisioni politiche

Non basta però sapere quello che andrebbe fatto per poterlo e saperlo realizzare. Anche una strategia scientificamente fondata per evitare un male può causarne altri di tale entità da essere politicamente, giuridicamente, eticamente inaccettabile.

Come diceva Bernard Shaw, per rifare l’urbanistica di Londra secondo uno stile più funzionale ed esteticamente adeguato, un primo passo scientificamente fondato sarebbe stato, seguendo un noto esempio dell’antichità, incendiarla. Prima di riderci su, riflettiamo che questo è ciò che si può dire che abbia fatto il governo italiano con l’economia, i diritti civili, la socialità del nostro Paese.

In secondo luogo, se una strategia che, a priori, è scientificamente fondata risulta fallimentare alla prova dei fatti, non solo questo è un interessante problema scientifico, ma i decisori politici devono trarne le conseguenze, senza poter demandare alla “scienza” la soluzione del loro problema.

Per esempio, il 18 dicembre il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha risposto a una giornalista, che – rara avis – gli ha posto domande intelligenti sull’elevato numero di morti in Italia nonostante le misure restrittive, che «qui la politica dismette il proprio ruolo e affida la risposta alla scienza».

Con ciò Conte ha dimostrato ancora una volta la propria inadeguatezza, intellettuale e politica, per il ruolo che riveste. Il segno più chiaro è riferirsi alla «scienza» su un tema come quello della pandemia covid-19 come se ci si riferisse a un oracolo invece che a un dibattito in corso che si esprime con voci fortemente discordanti. Simulare l’univocità delle risposte della scienza censurando le voci, per quanto professionalmente autorevoli, che dissentono dal Comitato tecnico- scientifico del governo è semplicemente un’impostura.

Che il covid-19 sia stata «La più grande beffa mai perpetrata su un pubblico credulone» non l’ha detto il primo che passa, ma uno dei massimi patologi statunitensi a una commissione governativa.

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Che la «seconda ondata» sia stata una messinscena fondata su test fallaci lo ha detto un ex principale consulente scientifico della Pfizer (quella del vaccino anti-covid-19, per intenderci).

Che le misure di blocco dell’economia e della società siano controproducenti è sostenuto in una lettera aperta di medici e sanitari belgi del 5 settembre 2020, e dai firmatari (al momento più di 712.000 cittadini, più di 13.000 scienziati medico-sanitari, più di 39.000 medici) della Dichiarazione di Great Barrington, lanciata il 4 ottobre 2020. E la gestione del covid-19 in Bielorussia indica che anche in Europa senza blocco dell’economia e della società si è riusciti a ottenere risultati molto migliori che da noi o in Gran Bretagna.

Si potrebbe continuare a lungo elencando altre prese di posizione, ma ciò basta a dimostrare la falsità della pretesa che la comunità medico-sanitaria sia d’accordo con le misure adottate da governi come quello italiano.

In altre parole: non c’è una scienza univoca del covid-19 e non c’è neppure un’unica strategia sanitaria che sia stata adottata da tutti i governi.

Mascherine

Si sbaglierebbe però a pensare che il dissenso informato e competente riguardi solo l’interpretazione generale del covid-19. Si considerino le “mascherine”, che sono diventate quasi una divisa in quella che è diventata sempre più simile a una leva obbligatoria per tutta la popolazione. E quando si è in un esercito, come si sa, gli ordini non si discutono: si eseguono. Ma chi ha autorizzato il governo a confondere la politica sanitaria con una campagna militare, a partire dalla dichiarazione di stato di emergenza?

Uno dei bilanci recenti più favorevoli all’uso delle mascherine che si trova nella letteratura ufficiale è apparso il 6 ottobre su Nature. Anche a non considerare il rituale e insensato esperimento sui criceti, è difficile trarne una conclusione univoca. Uno degli intervistati è Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy all’università del Minnesota a Minneapolis, e di lui si legge:

«indossa la mascherina. Eppure lamenta “la mancanza di rigore scientifico” con cui finora è stato trattato l’argomento. “Stiamo sempre a criticare la gente perché fa dichiarazioni senza avere alcun dato […] Facciamo molto la stessa cosa qui” [cioè a proposito dell’efficacia delle mascherine]».

Un mese e mezzo dopo, uno studio randomizzato e controllato, realizzato in Danimarca su quasi 5000 persone, arrivava al seguente bilancio, sia pure limitato:

«I nostri risultati suggeriscono che la raccomandazione di indossare una mascherina chirurgica quando si sta in mezzo agli altri fuori casa non ha ridotto, ai livelli convenzionali di significatività statistica, l’incidenza dell’infezione di SARS-CoV-2 in chi le indossava, in un contesto in cui si applicava il distanziamento sociale e altre misure sanitarie non includenti raccomandazioni sulle mascherine, e l’uso delle mascherine nella comunità era raro.»

È uno studio che ha faticato ad essere accettato per la pubblicazione su rivista (il problema generale della pubblicazione sulle riviste scientifiche è centrale, ed è ampiamente discusso nel mio libro citato). Non solo, ma Facebook ha pure censurato la pagina di due illustri epidemiologi che ne davano un giudizio positivo. Ma lo studio danese non era certo il primo che gettava dubbi.

D’altra parte, nel considerare le raccomandazioni dell’uso generalizzato delle mascherine (non stiamo parlando delle sale operatorie!) ci sono altre considerazioni da fare: concentrarsi sull’unico aspetto di quanto esse schermino il contagio, in partenza e/o in arrivo, è un esempio di scienza su commissione più ancora che di specialismo ottuso. In effetti andrebbero considerati:

– le conseguenze nocive dell’indossare per molte ore la mascherina: la mascherina fa reinalare anidride carbonica e, in chi è infetto, la reinalazione manda in profondità nelle vie respiratorie anche il virus, con il rischio di provocare una pericolosa infiammazione polmonare e trasformare un asintomatico in un malato;

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– il rischio posto all’utente dal materiale di cui è fatta la mascherina: il 70% delle mascherine contengono biossido di titanio, un cancerogeno sugli umani per inalazione o ingestione;

– il disastro ecologico in corso per lo smaltimento delle mascherine: le mascherine «impiegano fino a 450 anni per decomporsi», e «lo smaltimento errato di anche solo l’1% delle mascherine utilizzate nel mondo potrebbe causare ogni mese la dispersione in natura di 10 milioni di mascherine».

Non considerare questi aspetti della questione significa mettere a rischio la presente e le future generazioni, e mi auguro che chi si è fatto garante dell’adozione di questa misura protettiva da parte di tutta o quasi la popolazione in nome della “guerra al covid-19” (magari raccomandando le mascherine subito dopo aver scritto che non c’erano prove scientifiche dell’utilità!) sia chiamato a risponderne nelle sedi opportune.

Etica della sperimentazione

Sopra ho menzionato la sperimentazione su volontari umani per appurare l’effettivo peso causale del cov-2 (cfr. anche qui). Qualcuno potrebbe chiedersi: ma esporre a un virus alcuni volontari sani (i ricercatori biomedici dovrebbero essere i primi a proporsi) per vedere se produce i sintomi (quasi sicuramente blandi) del covid-19 non sarebbe contrario all’etica? Il sottinteso è che è molto meglio fare la prova su altre specie animali, come si fa – ma purtroppo (o per fortuna, dipende dai punti di vista) questa metodica permette di concludere “su ordinazione” qualsiasi cosa. In realtà questo è stato capito, ma se ne sono tratte le conseguenze, purtroppo, solo nella sperimentazione dei vaccini anti-covid-19.

Per quanto riguarda l’etica, è opportuno ricordare che le campagne di vaccinazioni di entrambi i vaccini antipolio Salk e Sabin, contaminati dal Simian Virus 40 – un virus delle scimmie cancerogeno su varie specie animali – fecero sì che questo virus fosse somministrato negli anni 50 e 60 del secolo scorso a centinaia di milioni di persone ignare. Ciò fu giudicato perfettamente in linea con l’etica, e nessuno è mai stato processato per questo.

Se non ci si rende conto che è così che funzionano i giudizi etici ufficiali sulla ricerca biomedica non si è in grado di orientarsi nemmeno in ciò che da un anno si sente dire dai principali media sul covid-19 e il suo presunto vaccino.

Tamponi

In ogni caso, anche se l’origine cinese del cov-2 è dubbia, è sicuro che dalla Cina sono arrivati i primi test per dichiararne la presenza: i tamponi. Il “tampone” è un’attrezzatura per il prelievo di campioni clinici, con reagenti che, dopo opportuno trattamento, rivelerebbero la presenza nel campione di RNA virale. Il trattamento usa un processo di amplificazione detto RT-PCR.

Come per primo aveva, in generale, sottolineato il chimico insignito del premio Nobel proprio per la scoperta di tale processo, Kary Mullis – purtroppo scomparso poco prima che si cominciasse a parlare di covid-19 – fissare il numero di cicli di amplificazione (Ct) necessario per dire se il campione sia “positivo” o “negativo” è una scelta largamente arbitraria. E tuttavia si può dire che se si superano i 33 cicli, un soggetto “positivo” non è contagioso – anche se ufficialmente continua ad essere classificato come “positivo”. L’articolo da cui sto citando è apparso il 27 aprile 2020.

Benché questa critica sia stata ripresa ed elaborata da molti autori (ma non da quelli che potrebbe capitarvi di vedere sui normali canali televisivi), è solo il 14 dicembre scorso (cioè sette mesi e mezzo dopo) che l’OMS ha ritenuto di dover mettere in guardia a tale riguardo chi deve valutare l’esito di un tampone. In particolare, oltre a invitare gli utilizzatori di questi test a leggere attentamente e integralmente le istruzioni e a mettersi in contatto con il produttore in caso di dubbi, l’OMS scrive (mio grassetto):

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«4. Considerate ogni risultato positivo (il SARS-CoV-2 è rilevato) o negativo (SARS-CoV-2 non è rilevato) in combinazione con il tipo di campione clinico, con le osservazioni cliniche, con la storia del paziente e le informazioni epidemiologiche.

5. Fornite il valore di Ct nel rapporto all’unità sanitaria richiedente.»

In altre parole: senza un’adeguata considerazione del contesto clinico (individuale) ed epidemiologico (della popolazione), e senza che si conosca il numero dei cicli di amplificazione adottato, un tampone positivo non dice letteralmente nulla sullo stato di salute e l’infettività di un soggetto. Questa è ormai un’opinione non solo scientificamente fondata, ma ufficiale.

Che i tamponi non siano affidabili è qualcosa che fa notizia solo quando riguarda personaggi famosi. Per esempio, Elon Musk, della Tesla, ha diffuso un messaggio, il 13 novembre, in cui dice che in quello stesso giorno si è sottoposto per 4 volte al tampone rapido della Becton, Dickinson and Co.: 2 volte è risultato negativo, e 2 volte positivo. Lanciare una moneta 4 volte avrebbe dato un verdetto ugualmente valido. Oppure la ministra Lamorgese, che era stata annunciata “positiva”, prima che due altri tamponi risultassero entrambi positivi (come sapete, ogni persona che risulta positiva viene sottoposta a uno o più tamponi di conferma, giusto?…). Un caso più complesso ma che getta lo stesso seri dubbi su questo test è quello della squadra della Lazio fra ottobre e novembre.

“Casi”

Prendiamo adesso un rapporto recente dell’ISS. Secondo tale rapporto, al 22 dicembre in Italia ci sono stati 1.963.023 «casi», e 67.540 «deceduti». La «letalità» è il rapporto:

67.540/1.963.023 ~ 3,4%.
Voglio adesso spiegare perché ognuna delle tre parole virgolettate è problematica.

Innanzitutto: che cos’è un «caso»? Andando in un’altra pagina dell’ISS si legge:

«Si ricorda che la definizione internazionale di caso, adottata anche dall’ISS, prevede che venga considerata come caso confermato una persona con una conferma di laboratorio del virus che causa COVID-19 a prescindere dai segni e sintomi clinici.»

Quindi la definizione utilizzata dall’ISS è in conflitto con le indicazioni (per quanto tardive) dell’OMS sopra citate: un «caso» nel senso dell’ISS è un individuo positivo al tampone, senza la contestualizzazione che l’OMS ritiene indispensabile a dargli un significato clinico.

A partire dal 23 aprile nelle statistiche della Protezione Civile, oltre al totale dei tamponi effettuati, c’è anche una nuova colonna dei “casi testati”, in cui figurano numeri nettamente più bassi. Così fino al 22 dicembre i tamponi effettuati sono stati 25.383.219, ma le persone testate sono state solo 14.386.848. Ora i “casi” sono stati 1.301.573, quindi il 9% degli individui testati è stato positivo in un qualche momento tra febbraio e dicembre del 2020. La mortalità del covid-19 è stata, su tutta la popolazione italiana (di 60,3 milioni di abitanti) dell’1,6%. Torneremo tra poco sulla questione di quale significato dare a questa percentuale.

Cambio di criteri

Come mai l’OMS si è finalmente sbilanciata? Perché non aveva spiegato il rischio di falsi positivi con un alto Ct molto prima? Una spiegazione plausibile è che regole più stringenti per la diagnosi del covid-19, in corrispondenza dell’inizio della campagna vaccinale, permetteranno di diminuire i falsi positivi e attribuire tale diminuzione al vaccino.

Non sarebbe la prima volta che il successo di una campagna di vaccinazioni è stato realizzato cambiando definizioni chiave e criteri diagnostici da prima a dopo l’inizio della campagna. Forse l’esempio più famoso è quello del cambiamento della definizione di epidemia e di poliomielite da prima a dopo l’introduzione del vaccino Salk (si veda la dichiarazione di Clinton Miller davanti alla Camera dei Rappresentanti degli U.S.A. nel 1962).

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Un aspetto interessante dei programmi scolastici di storia è che la storia della medicina (anche solo quella dell’ultimo secolo) non ne fa parte, e anche episodi di ovvia importanza sotto molti profili come quello appena citato non sono esposti nei manuali. Poiché non siamo “complottisti” l’unica spiegazione valida è una involontaria dimenticanza…

“Caso” o malato?

Normalmente in medicina un “caso” di una certa malattia è una persona malata. Ma così non è con i “casi” di covid-19: in breve, tra i casi di covid-19 il malato non è la regola, ma l’eccezione.

Notiamo innanzitutto la fine distinzione che si è tracciata tra gli stati di non-malattia tra i positivi (si veda l’Appendice):

– l’asintomatico (non ha sintomi e non li avrà mai);
– il presintomatico (non ha sintomi, ma li avrà (?) entro un massimo di 14 giorni); – il paucisintomatico (ha “pochi” (?) sintomi);
– il lievemente sintomatico.

In alcune statistiche si è raggiunto il sublime contemplando una quinta categoria: il sintomatico ma senza precisazione del sintomo. A queste categorie di non-malattia fanno seguito i casi di malattia, distinti tra severi e critici.

Che l’asintomatico sia contagioso è qualcosa che si continua a ripetere da parte di chi vorrebbe tornare dalla scienza alla magia, ma, alla fine del 2020, non esistono prove convincenti che questo sia vero. E nemmeno esistono test di infettività in uso corrente che possano stabilirlo in un caso particolare.

Per capire quale sia l’incidenza delle prime 4 classi rispetto alle altre 2 basta guardare il seguente grafico, aggiornato al 30 novembre.

È chiaro che dal mese di luglio in poi i casi severi o critici formano meno del 5%. Per considerare il periodo successivo, nei 30 giorni fino al 22 dicembre ci sono stati 490.197 casi, e circa 24.510 sono stati severi o critici. Se consideriamo che il 9% della popolazione italiana sono stati “casi” tra

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febbraio e dicembre, ma meno del 5% di questi hanno avuto bisogno del ricovero in ospedale, si ricava che nello stesso periodo il rischio di essere ospedalizzati in un reparto covid-19 è stato lo 0,45%, cioè 1 su 2222.

Decessi

A questo punto bisogna trattare una obiezione che per molti cittadini è un argomento a favore delle scelte del governo che non ammette replica: e i morti? Se il covid-19 non fosse la malattia grave con cui ci spaventano quotidianamente, come si spiegherebbe una così alta mortalità?

Ammettiamo, per rafforzare la tesi che intendiamo confutare, che l’attribuzione al covid-19 dei decessi censiti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) non dia adito a dubbi. Come sopra, utilizzerò, con riferimenti, esclusivamente i dati dell’ISS, dell’ISTAT e della Protezione Civile, cioè quelli di cui fanno uso il ministero della Salute e i suoi consiglieri. Che cosa dicono?

Il dato di gran lunga più importante per farsi un’idea realistica del covid-19 riguarda le età degli individui censiti.

Secondo il rapporto covid-19 aggiornato al 16 dicembre, l’età mediana dei deceduti positivi è 82 anni, mentre quella dei positivi è inferiore di più di 30 anni: 48 anni.

In Italia l’aspettativa di vita alla nascita è 85,3 anni per le donne e 81,0 per gli uomini.
Ora, in base alla stessa fonte, l’età mediana dei morti per covid-19 è, per le donne, 85 anni, e per gli

uomini 80.
In prima approssimazione, ciò indica che il covid-19 uccide prevalentemente soggetti vicini al

limite della loro aspettativa di vita.

Beninteso, è una grave perdita. Sono convinto che non solo alcuni grandi artisti o intellettuali, ma l’intera “quarta età” andrebbe valorizzata, e che la sua emarginazione sia un male da combattere a beneficio dell’intera società. Il fatto che nelle residenze per anziani c’è stata un’alta proporzione dei morti “per covid-19” è solo una delle tante prove che si è molto lontani dal curarsi degli anziani come si dovrebbe.

Con tutto ciò, nessuno vorrà sostenere che essere colpiti da una qualsiasi infezione alle vie respiratorie, non solo quella da cov-2 ma anche un raffreddore curato male, possa dare un contributo positivo alla longevità di un individuo già in età avanzata.

Collegare la mediana dei decessi all’aspettativa di vita ci dà quindi una parte di un’importante verità sul covid-19. Ma non tutta.

L’altra parte è che i morti “covid-19” con almeno una grave patologia preesistente costituiscono il 96,9%, e quelli che ne hanno almeno 3 (sic!) sono il 66,2%.

Quindi l’enunciato completo è:

il covid-19 uccide prevalentemente soggetti vicini al limite della loro aspettativa di vita e, per tutte le fasce d’età, sofferenti di una o, per la maggioranza, più di 3 gravi patologie croniche.

So bene che ISS e ISTAT hanno fatto ogni sforzo per convincere gli italiani del “protagonismo” del covid-19, ma sono tentativi partoriti dalla propaganda, non dalla scienza (vedi qui e qui).

Per sincerarsi che il precedente enunciato in grassetto descrive accuratamente la letalità del covid- 19, consideriamo tutte le classi di età.

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Fino a 50 anni non compiuti i morti “positivi” sono stati 737 su un totale di 63.562, cioè l’1,1%. Di questi 737, erano solo 19 quelli che «non avevano diagnosticate patologie di rilievo».

L’età media in Italia è 45,7 anni. La popolazione fino a 50 anni non compiuti è il 55,3% della popolazione, cioè 33,35 milioni. Quindi nella fascia d’età fino a 49 anni compiuti la mortalità del covid-19 è stata

737/33.35 x 10-6 = 22 milionesimi cioè lo 0,0022%, o, se si preferisce, 2,2 su 100.000.

Pertanto dire che chi ha meno di 50 anni, e anche chi ne ha molti di più ma non soffre di gravi patologie croniche, non debba preoccuparsi eccessivamente del covid-19, non è frutto di un irresponsabile ottimismo che “nega” che ci siano stati morti, ma è una sintesi oggettiva del quadro fornito dai dati epidemiologici ufficiali.

È chi nega questo, che sta negando le evidenze epidemiologiche ufficiali.

Se quindi è ragionevole, come è, distinguere tra il profilo epidemiologico delle diverse regioni italiane per applicare ad esse regolamenti diversi (regioni gialle, arancioni, rosse), allo stesso modo regole di comportamento diverse dovrebbero essere raccomandate alle diverse classi della popolazione tenendo conto del loro profilo di rischio. E raccomandare regole di comportamento salutari significa facilitarne l’esecuzione dopo averne dimostrato la ragionevolezza, non mettere in atto un sistema di coercizione e punizione, che, oltre ad essere controproducente, è contrario allo spirito e alla lettera della Costituzione italiana.

Mortalità per tutte le cause

Si sente a volte sostenere che il dato più importante non è la mortalità associata al covid-19, ma la mortalità per tutte le cause. In altre parole, la ragione per occuparsi del covid-19 sarebbe il fatto che ha messo in crisi il sistema sanitario in Italia (e in altri paesi), e che ciò ha provocato decessi non solo correlati a diagnosi di covid-19, ma anche come “danni collaterali” di tale crisi.

È innegabile l’importanza della mortalità per tutte le cause, innanzitutto perché è un parametro oggettivo, a differenza della eziologia della mortalità – cioè la classificazione dei decessi secondo le cause. Tuttavia non giova all’analisi della situazione sanitaria non distinguere tra le diverse cause di un aumento della mortalità.

Com’è noto, nel decennio 2010–2019 al sistema sanitario nazionale sono stati sottratti 37 miliardi di euro, e tagliati 70.000 posti letto e 359 reparti. È evidente che una classe dirigente che ha voluto risparmiare sulla sanità pubblica è responsabile di aver portato il nostro Paese sull’orlo della catastrofe sanitaria – sostanzialmente come l’inadeguato investimento nell’edilizia antisismica, e gli insufficienti controlli sui lavori eseguiti, hanno fatto sì che in zone notoriamente ad alto rischio sismico un terremoto abbia causato tragedie.

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Naturalmente nel sostenere ciò non si sta affermando che non ci siano stati terremoti, ma che questi non avrebbero avuto gli effetti che abbiamo dovuto constatare senza una politica del territorio sprezzante della sicurezza dei cittadini.

In generale, chi insiste sull’eccezionalità di un evento negativo, sanitario o sismico, lo fa per dissimulare responsabilità politiche, e il caso del covid-19 è un esempio da manuale di tale strategia.

Disinformazione quotidiana

In questi mesi siamo stati informati giorno per giorno dei morti da covid-19. Ecco un esempio tipico tratto dal sito dell’ANSA:

Ora, innanzitutto la mediana, nei casi fatali, tra l’insorgenza dei sintomi e il decesso è 12 giorni: quindi l’accostamento dei nuovi casi alle vittime è in sé stesso privo di senso statistico: se in un giorno c’è una diminuzione dei nuovi casi, non dobbiamo aspettarci per quel giorno anche una diminuzione delle vittime, perché queste saranno comprese tra i casi, per ipotesi più numerosi, di 2 settimane prima. Quindi la formulazione giornalistica che è stata ripetuta incessantemente “diminuiscono i casi, ma resta alto il numero delle vittime” alimenta nei non esperti non solo la paura ma anche un errore statistico: tra le due parti della proposizione non c’è infatti contraddizione.

Inoltre i casi, di per sé, hanno senso solo se si riporta il tasso dei positivi rispetto alle persone testate. La positività rispetto al totale dei tamponi effettuati si è attestata intorno al 7,8%. Questo non vuol dire che attualmente il 7,8% della popolazione sia positiva, ma è la percentuale degli italiani che, sottoposti al tampone in qualche momento tra febbraio e dicembre 2020, lo sono stati. Al 26 dicembre la percentuale della popolazione italiana che è positiva è stimata essere lo 0,9%. Ma, come abbiamo visto, la positività non indica una malattia in atto e, tra i positivi, i malati che potrebbero aver bisogno di ricovero ospedaliero sono 45 su 100.000 (cioè lo 0,5% dello 0,9%).

Una tendenza decennale

Ma, tornando al titolo ANSA, 459 decessi in 24 ore sono molti o pochi? Questa domanda sembra così brutale che il semplice porla può suscitare sospetti di cinismo – eppure va posta per capire di che cosa stiamo parlando.

La media della mortalità quotidiana negli ultimi 5 anni è stata 1728. Cioè, anche ammettendo le attribuzioni ufficiali di “morte per covid-19” (e ho spiegato qui e qui perché non sono affidabili), in quelle stesse 24 ore (24-25 dicembre) ci sono state circa 1269 persone che non sono morte per covid-19.

Se si va a guardare l’evoluzione della mortalità in Italia negli ultimi anni (altra informazione che non viene mai data), si scopre che è in crescita da dieci anni – precisamente in quello che ho definito il decennio nero della sanità italiana. Ecco il grafico del tasso di mortalità ogni 1000 persone in Italia dal 2000 al 2020:

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2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020

9,61 9,53 9,57 10,09 9,28 9,63 9,42 9,61 9,74 9,79 9,75 9,84 9,93 10,0110,1010,1910,2910,3810,4810,5810,68

A partire dal 2010 tra il numero di anni e il tasso c’è una correlazione lineare pressoché perfetta, e si vede che il tasso di decessi per 1000 cresce di 1/10 ogni anno. Inutile dirlo, nessuno dei principali media ha mai parlato di questa crescita oggettiva della mortalità per tutte le cause.

Questo grafico mostra chiaramente che siamo di fronte a un regresso sanitario non su 10 mesi, ma su 10 anni, e che il covid-19 vi ha avuto un ruolo da comprimario, non da protagonista.

Ancora una volta: i morti sono reali, dolorosamente e innegabilmente reali. Quello che non è reale è il ruolo ingigantito attribuito all’infezione da cov-2. Chi ne ha fatto un’emergenza in nome della quale nessuna rinuncia, nemmeno al lavoro e ai diritti civili, era eccessiva, avrebbe dovuto spiegare prima questo fenomeno di lungo periodo. Nessuno l’ha fatto.

Ipotesi e più che ipotesi

Ci sono ipotesi verosimili per questa crescita del tasso di mortalità, e anche molto probabili.

Innanzitutto è evidente che il già citato depotenziamento della sanità pubblica ha concorso a questa tendenza.

Ma ci sono altre ragioni, di cui ho già parlato in varie occasioni.

1) Inquinamento atmosferico

Le monografie dell’EEA (= Agenzia europea dell’ambiente) sull’inquinamento atmosferico dovrebbero essere sul tavolo di lavoro di ogni ministro della Salute. L’Italia è da anni oggetto di procedure d’infrazione per violazione dei parametri della salubrità dell’aria. L’ultima sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea è del 10 novembre 2020, e riguarda il «superamento sistematico e continuato dei valori limite applicabili alle microparticelle (PM10) in determinate zone e agglomerati italiani» (per un’analisi si veda qui). Il 30 ottobre la Commissione Europea aveva messo in mora l’Italia, dando una scadenza di due mesi. Ecco una sintesi delle motivazioni (grassetto mio)

«In Italia, i dati disponibili mostrano che il valore limite per il Pm2,5 non è stato rispettato dal 2015 in diverse città della Pianura Padana, tra cui in particolare Venezia, Padova e varie zone vicine alla città di Milano. Inoltre, le misure previste dall’Italia nei suoi piani sulla qualità

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dell’aria non sono sufficienti, secondo la Commissione, per far durare il meno possibile i periodi di superamento dei limiti.

Il Pm10 e il Pm2,5 sono particolarmente pericolosi per la salute umana. L’esposizione al particolato può influire sulla funzione polmonare e causare, o aggravare, malattie cardiovascolari e respiratorie, infarti e aritmie; inoltre può avere conseguenze per il sistema nervoso centrale e il sistema riproduttivo, e provocare il cancro. Nell’Unione europea, ogni anno, quasi 350.000 morti premature sono attribuibili al solo Pm2,5.»

È evidente (anche se il rapporto dell’EEA 2020 ritiene che «the causality is not clear and further epidemiological research is needed») che la sovrapposizione con una qualsiasi similinfluenza in un individuo cronicamente esposto ai principali inquinanti dell’aria può facilmente portare a un esito fatale. E a questo proposito non posso che ripetere ancora una volta che le province in cui, nonostante tutte le misure di isolamento dal “contagio”, la mortalità attribuita al covid-19 ha raggiunto e mantenuto i massimi livelli sono esattamente quelle maggiormente colpite dall’inquinamento atmosferico delle aree urbane (si veda anche questo articolo del gennaio 2019.)

Ma quanti sono i decessi attribuibili a 3 dei maggiori inquinanti? Ecco alcuni dati, tratti dai rapporti dell’EEA:

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Anno NO2 O3

  1. 2015  20.500 3200
  2. 2016  14.600 3000

2018 10.400 3000

PM 2,5

60.600 58.600 52.300

Totale

84.300 76.200 65.700

Mentre scrivo queste parole (28 dicembre) si attribuiscono al covid-19 in Italia 70.085 decessi.

L’ordine di grandezza è lo stesso.

Non solo, ma il sintomo principale (73%) nei deceduti era la dispnea.

Che disturbi respiratori preesistenti favoriscano esiti infausti di una infezione similinfluenzale, di qualsiasi origine, è a priori del tutto evidente, e ci sono anche studi recenti che lo confermano.

2) Le morti per similinfluenze e loro complicanze

Il complesso delle similinfluenze ha mietuto in stagioni influenzali recenti (2013-2017) una media di 34.000 vittime per anno, mentre l’ISS continua a riportare, parlando solo dell’influenza in senso stretto (e nemmeno per la sola influenza questo è vero!) che si tratterebbe di… 8000 morti.

Molti “esperti” avevano previsto che all’arrivo dell’autunno le forze riunite della normale “influenza” (tenere presente che molto spesso si legge “influenza” ma bisogna intendere similinfluenza) e della seconda ondata del covid-19 avrebbero sbaragliato qualsiasi resistenza sanitaria che non fosse stata quella della chiusura economica e sociale. Non restava che pregare e aspettare il vaccino prossimo venturo.

Altri studiosi avevano invece congetturato che il covid-19 non fosse che una componente del complesso delle similinfluenze, che aveva semplicemente assorbito a livello diagnostico le sue consorelle – e anche varie altre malattie che la fallibilità e l’abuso dei tamponi gli aveva erroneamente accreditato.

Bene: in data 24 ottobre è apparso su un quotidiano un articolo dal titolo: «L’influenza è stata ammazzata dal covid? Gli esperti pongono l’intrigante domanda mentre i casi di influenza precipitano in tutto il globo». Basta dare un’occhiata al grafico della stagione similinfluenzale 2020- 21 per capire che anche in Italia il covid-19 sta rubando la scena alle similinfluenze:

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