COVID colpevole senza regolare processo – Dr. FABIO FRANCHI

Pandemia, COVID-19 e test

di Fabio Franchi (Versione 1, 3 aprile 2020)

Indice

Premessa ……………………………………………………………………………………………………………………….. 1 La definizione di “caso” ……………………………………………………………………………………………………. 1 Considerazioni conclusive sulle modalità di diagnosi: ………………………………………………………. 3                                                                                  Esame del test (RT-PCR) …………………………………………………………………………………………………… 3                                       Isolamento virale…………………………………………………………………………………………………………….. 4                                         Possibili significati del test ……………………………………………………………………………………………… 10                                          Come hanno proceduto nella preparazone del test(RT-PCR) ………………………………………………. 10                                                                                                 Come spiegare l’epidemia………………………………………………………………………………………………. 11                                   La dimostrazione di causa ed effetto ……………………………………………………………………………….. 11                                            Bibliografia …………………………………………………………………………………………………………………… 12

Premessa

L’urgenza di fronteggiare una polmonite interstiziale di causa inizialmente ignota con alta mortalità ed a rapida diffusione 1, 2 ha giustificato un approccio operativo frettoloso e grossolano. Sono state avanzate allo scopo delle ipotesi operative, senza che fosse seguita presto un’analisi completa ed un approccio metodologico corretto.

È tempo di rivalutare i passaggi più importanti, in particolare alcuni aspetti della definizione, dell’isolamento virale e la dimostrazione di causa ed effetto del Coronavirus rispetto alla sindrome respiratoria.

Solo allora i misteri del COVID-19 (o SARS-CoV-2) potranno essere chiariti 3

La definizione di “caso”

Quella stabilita dall’OMS prevede tre possibilità: “caso sospetto” 4, “probabile” e

5 “confermato” .

Per quanto concerne il primo, è previsto un corredo di sintomi, segni, alterazioni laboratoristiche e radiologiche associato ad un contesto epidemiologico, per il secondo invece si permette che venga posta la diagnosi (seppur probabile) anche

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1 Gia Dirigente Medico presso il Reparto di Malattie Infettive, Azienda Opsedaliero-Universitaria di Trieste, specializzato in Igiene e Medicina Preventiva, inoltre in Malattie Infettive all’Università di Siena

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con un test di amplificazione genica dal risultato inconcludente (cioè negativo per una delle due proteine ricercate e caratteristiche del COVID), oppure quando sia positivo un test generico per tutti i coronavirus. Quindi vi possono essere inclusi anche soggetti che abbiano per esempio una sindrome influenzale dovuta a comuni coronavirus circolanti.

Per esempio in Cina, di 76.314 casi riportati in una estesa review 6, il 22, 4% vennero catalogati come “casi sospetti”, il 14,6% come “diagnosticati clinicamente” e l’1,2% come “asintomatici”. Ciò significa che il 37% dei casi riportati nelle statistiche cinesi fino a quel momento era stato diagnosticato solo su base clinica (“casi sospetti” secondo la definizione OMS). Eppure la informazione mainstream fornita alla popolazione del mondo intero li ha presentati tutti come accertati.

Sempre secondo la definizione OMS, il “caso conclamato” si impernia sulla positività del test, di un unico test cioè la RT-PCR, ed è svincolato dalla sintomatologia. Quindi “caso” sarà con ogni diritto anche chi stia benissimo, non abbia alcun disturbo né alcuna alterazione laboratoristica (se non al famoso tampone) né radiologica. La ricerca degli anticorpi, che avrebbero dovuto essere considerati fondamentali nel confermare o meno un’infezione acuta, sono stati trascurati. Erano disponibili fin dall’inizio, ma finora non sono stati utilizzati (a causa della discordanza con i risultati del tet RT-PCR?). Altri esami vengono menzionati, ma non sono indispensabili ed in effetti il più delle volte non sono stati e non vengono effettuati. Ne deriva che i decessi sono considerati come dovuti al Coronavirus se tale test risulta positivo, anche se l’accertamento di causa di morte prevede altre regole (deve essere individuata la patologia più importante che ha portato all’exitus, e menzionate a parte le patologie collaterali o favorenti). Per definizione sono previsti casi asintomatici, e, sempre per definizione, se questi muoiono per una qualsiasi ragione, la causa stabilita resta il COVID-19. In Italia è stato seguito il criterio del “tutti dentro”, mentre altrove, come in Germania, vige l’approccio più razionale (almeno fino a metà marzo 2020). Da qui deriva in parte l’enorme differenza di letalità tra Italia e Germania (11,40% versus 0,9%, fine marzo 2020) e probabilmente per altri Paesi (Austria, Svizzera, Norvegia, Cechia, Australia, Taiwan, Croazia, Filippine, Finlandia, Tailandia: letalità provvisoria sotto l’1%, al 28 marzo 2020). Il capo della Protezione Civile italiana, Angelo Borrelli, ha dichiarato espressamente durante la Conferenza Stampa del 12 marzo che i decessi riguardano soggetti deceduti con Covid-19 (test PCR positivo), senza distinzioni per quelli giunti ad exitus a causa del Covid-19.

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Essendo le statistiche così alterate in eccesso, il risultato è che la percezione della pericolosità viene corrispondentemente aumentata, volendo considerare questo solo fattore.

Considerazioni conclusive sulle modalità di diagnosi: In Italia quella di

“caso confermato” è indipendente dalla sintomatologia ed è legata solo al

risultato del test (RT-PCR da tampone nasofaringeo). La diagnosi di caso

“probabile” e quello “sospetto” vengono posti senza effettuazione del test o con

risultati inconcludenti allo stesso. In caso di coinfezione con “altri patogeni” [i.e.

virus e batteri], comunque viene assicurato al Covid-19 una sorta di diritto di

78 prelazione . La stessa definizione OMS lo prevede chiaramente .

Esame del test (RT-PCR)

Come funziona?

Permette di ricercare la sequenza nucleotidica del virus.

Un campione è preso dal paziente. Quindi, in laboratorio, la sequenza nucleotidica del virus (se ce n’è), è estratta e copiata ripetutamente, facendo diventare minute quantità grandi e quindi determinabili con altre metodiche.

Ce lo spiegano più in dettaglio Corman et al, coloro che tra i primi ne hanno

preparato uno che poi è stato adottato estesamente: “noi ci siamo proposti di

sviluppare e schierare una metodologia diagnostica robusta senza avere il

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materiale virale a disposizione” . Nota bene: “senza avere il materiale virale a

disposizione”! Hanno avuto la sequenza genica via internet e su quella hanno lavorato.

Il problema è grosso: prima di validare il test, questo dovrebbe venir confrontato con il gold standard, ovvero proprio con il virus la cui presenza ha il compito di rivelare. L’amplificazione genica non è sostitutiva di questo passaggio. È un mezzo potentissimo, in grado di scovare minute quantità di materiale genetico moltiplicandolo per due, più e più volte. Con un ciclo, da un solo frammento se ne formano 2, da due 4, da quattro si arriva ad otto…Con 20 cicli consecutivi arriviamo già ad oltre 1 milione di copie. Insomma, trasforma un ago disperso in un pagliaio in un grande covone di aghi, ben visibili ed esaminabili. Tale test, anche nel caso del COVID-19, non amplifica il virus intero, ma moltiplica una piccola sequenza genica considerata peculiare di quel virus e non altro. Come si fa ad identificarla esattamente? È infatti indispensabile che tale piccola sequenza riveli con sicurezza che si tratta proprio di quel particolare virus. Prima deve esserci l’isolamento.

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Il test (il tampone effettuato il più delle volte sul secreto nasofaringeo e poi sottoposto ad amplificazione genica) non è stato validato 10,11, non è

standardizzato

12 13 14 15 , sembra dare numerosi falsi positivi e falsi negativi , , .

Isolamento virale

L’isolamento deve essere il primo passaggio, e consiste nella separazione del supposto virus da ogni altra cosa (dal latino insulatum). C’è una procedura precisa da seguire: la separazione per ultracentrifugazione in gradiente di saccarosio. In breve: da una cultura cellulare presunta infetta si preleva il sopranatante e lo si centrifuga con tali modalità. Di lì si preleva il materiale che si è sedimentato in uno strato corrispondente ad una densità particolare, quella virale, appunto. Un campione prelevato da quello strato viene fissato e colorato negativamente su un particolare supporto per essere esaminato al microscopio elettronico. Lo si fotografa. La stessa operazione deve essere fatta con materiale del tutto uguale, ma sicuramente non infetto (controllo negativo). Per una

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Procedura di ultracentrifugazione in gradiente di saccarosio

descrizione più tecnica si rimanda al lavoro di X-Y Ge et al.

17 etal .

, inoltre a J Leibowitz

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Se, in questo modo, vengono identificate particelle delle dimensioni di un virus, tutte uguali, mentre nel controllo sono assenti, si procede con l’analisi (di proteine costitutive, materiale genetico), analisi anche comparativa con virus conosciuti. Nello stesso modo si possono ricavare i reagenti usati per i test (sequenziamento genico, identificazione e produzione degli antigeni specifici e poi ricerca e produzione degli anticorpi).

Tutto quanto sopra per ribadire che la causa virale putativa deve essere PRIMA isolata (tanti elementi, tutti uguali, visti e fotografati) e POI analizzata. È logica elementare.

La sorpresa è che per il COVID-19 manca la prima parte di tale procedura. Nei lavori pubblicati sul COVID-19 non si trovano fotografie del virus isolato, se non di singoli elementi senza contesto. Si ritrovano fotografie di sezioni ultra sottili di tessuti dove si individuano agglomerati di piccoli cerchi che sono indicati con le frecce e chiamati particelle virali. Ammesso che lo siano, costituiscono meno del 10% del materiale cellulare che li circonda. Non si tratta propriamente di isolamento. Ma c’è di più: vi sono forti dubbi che quei piccoli cerchi siano Coronaviridae. Infatti hanno dimensioni più piccole: il loro diametro (circa 65-70

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nm) è inferiore al minimo previsto per i Coronavirus (120-160 nm)
altri autori 19 riportano diametri diversi (80-220 nm), oppure 100-160nm20 , ma questi sono comunque fuori range. Ed i virus sono caratteristicamente costituiti da pochi elementi fondamentali capaci di replicare copie identiche di sé stessi. Insomma in biologia … i cuccioli di virus non sono previsti!

. In verità

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Se il diametro delle piccole sfere è inferiore del 30%, in volume esse lo sono di più ancora, cioè si riducono ad 1/3 circa. Il che non è possibile sia sostenuto: starebbe inevitabilmente a significare una differente composizione e struttura incompatibile con esseri che sono dotati di uguale sequenza nucleotidica (perché appartenenti alla stessa specie).

Per la discussione, presentiamo una delle tante fantasiose ricostruzioni al computer che rafforza quel che sosteniamo: rivela la convinzione di tutti, esperti e non esperti, che i l virus COVID-19 sia costituito da particelle tutte uguali a sé stesse.

Ora esaminiamo per confronto il Coronavirus ritenuto responsabile della SARS (da Wikipedia 21): le dimensioni e l’aspetto corrispondono alla descrizione. Il diametro, escluse le spikes è di 100 nm.

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Il Coronavirus della SARS, presentato sulla rivista Nature 22, ha aspetto compatibile anche se le dimensioni sono leggermente maggiori:

Il COVID-19, la cui foto è stata pubbllicata sul N Eng J Med 23, ha invece un aspetto diverso e le dimensioni pure:

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I due elementi nella foto di sinistra corrispondono nei diametri (attorno a 100 nm, escluse le spikes che non son ben visibili). Viceversa le piccole particelle divise in gruppi sulla destra sono apparentemente troppo piccole per essere di Covid-19. Quel che è notevole è che le formazioni rotondeggianti nella foto a destra non hanno le dimensioni di quelle nella foto a sinistra pur trattandosi asseritamente degli stessi COVID-19 del medesimo studio!

L’immagine più sotto è l’ingrandimento della parte inferiore della foto di destra per permettere una misurazione facilitata.

Come si può controllare con un software di misurazione su schermo 24, le particelle sono di circa 65-75 nm di diametro, tranne una che è di 100 nm.

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Lo stesso può essere osservato sulla foto pubblicata su un’altra rivista 25 (dimensioni delle “particelle virali”: in media 67 nm di diametro, range 48-90):